
The Body of an American
di Dan O’Brien
regia Jacopo Gassmann
traduzione Enrico Luttmann e Marco Maria Casazza
Luci Gianni Staropoli
Scene Paolo Di Benedetto
con Danilo Nigrelli, Paolo Mazzarelli
Produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Fondazione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova
The Body of an American nasce dall’incontro fra Dan O’Brien e Paul Watson, il fotoreporter canadese autore della celebre immagine del corpo del soldato americano William David Cleveland trascinato per le strade di Mogadiscio nel 1993, fotografia che gli valse il Pulitzer. Ma la forza del testo sta nel punto in cui questo nucleo storico cessa quasi subito di appartenere soltanto alla cronaca, al giornalismo, alla biografia. Quella fotografia oltrepassa il proprio statuto documentario. Non è soltanto il nucleo narrativo del testo. È il suo motore ontologico. Da quel momento il fatto non è più soltanto ciò che è successo, ma ciò che di esso continua a tornare. Il centro dell’opera non è allora la guerra nel momento in cui accade, ma la lunga vita che continua ad avere dentro chi l’ha vista, subita, raccontata.
Per questo il testo non è semplicemente una drammaturgia del documento, né soltanto una drammaturgia del trauma. Appartiene più radicalmente a una drammaturgia della postumità. La fotografia di Cleveland non rinvia più soltanto a un corpo, a un episodio, a una data. Si stacca dal proprio referente e insiste. Torna. Continua a vivere in chi l’ha scattata, in chi la guarda, in chi tenta di raccontarla. Il problema del testo non è dunque l’immagine in quanto documento, ma l’immagine nel momento in cui smette di lasciarsi archiviare. Non la guerra come fatto, ma la guerra nella sua sopravvivenza nella psiche e nella coscienza; non l’evento, ma il suo dopo.
È qui che il rapporto fra O’Brien e Watson smette di essere il semplice incontro fra uno scrittore e il soggetto del suo racconto. Il loro dialogo mette a contatto due esistenze già segnate, due vite in cui l’immagine, la perdita, la colpa e il dolore hanno inciso in modi diversi. Da una parte c’è chi ha visto e continua a portare con sé ciò che ha visto; dall’altra chi tenta di dare forma, attraverso la scrittura, all’eredità ricevuta dall’altro, mentre nella propria vita qualcosa non ha mai smesso di premere. In questo passaggio la storia non viene più soltanto raccontata: entra nel tessuto dell’esistenza, vi lascia una traccia che non si richiude.
Per questo Dan e Paul non si lasciano ridurre a due psicologie. Sono due figure della soggettività postuma, due forme lesionate della presenza. Paul reca in sé la devastazione di chi è stato esposto a un eccesso di visione; Dan quella di chi tenta di pensare e di reggere ciò che ha ascoltato, mentre nella propria vita qualcosa resiste ancora alla parola. L’uno tende all’anestesia, alla pietrificazione del sentire; l’altro a una coscienza che torna senza tregua su ciò che non riesce a sciogliere. Non si oppongono: si riflettono. Sono due modalità della stessa catastrofe contemporanea.
È in questo senso che il testo può essere pensato come il racconto di una doppia catabasi. Da una parte, la discesa di chi ha visto troppo, fino al punto in cui l’immagine non chiarisce più nulla e lascia il posto al gelo, allo stordimento, all’anestesia; non illumina più, ma continua a insistere. Dall’altra, la discesa di chi tenta di nominare quell’esperienza, fino al punto in cui il linguaggio incontra il proprio limite. Il testo si muove proprio lungo questo crinale: il vedere non coincide più con il conoscere, e il pensiero non coincide più col senso. Può essere letto anche come un viaggio verso la consunzione del visibile. Dalla fotografia come prova si passa all’immagine come assedio, poi alla sua saturazione, alla sua crisi, alla sua rarefazione. Dan e Paul si cercano lungo questo tragitto, riconoscendo l’uno nell’altro una diversa forma della propria ferita, fino al punto in cui l’immagine cede sotto il peso di ciò che ha messo in moto. È solo lì, in quel punto estremo di sottrazione, che il loro incontro diventa possibile.
Per questo l’opera abita una regione rarissima, quella in cui documento e spettro cessano di escludersi. Qui il trauma non si dà come evento da rappresentare, ma come ritorno. Tutto è reale e tuttavia non resta mai soltanto reale. La Somalia, il Ruanda, l’Afghanistan, l’Artico, il lutto, la dipendenza, la scrittura: nulla viene sottratto alla concretezza dei fatti, e tuttavia nulla vi resta fermo. Ogni elemento ritorna come eco, come presenza che insiste. Il punto decisivo non è allora il ricordo, ma il perturbante: non ciò che torna identico a se stesso, ma ciò che ritorna alterato, abbastanza vicino da risultare familiare e abbastanza estraneo da rendere il mondo improvvisamente inabitabile. È qui che il documento smette di bastare a se stesso e si rovescia in assedio, in coazione, in compagnia spettrale. Il mondo del testo non si dà mai come presente puro. È sempre già raddoppiato, infestato, contaminato dalla propria eco.
L’immagine del dolore non produce automaticamente verità, né etica, né partecipazione. Può saturare, assuefare, anestetizzare. Può pietrificare. E tuttavia, proprio quando anestetizza, continua. Non chiarisce più, ma insiste. Non si offre mai come presenza piena, né si ritrae del tutto: è ciò che sopravvive ferito, ciò che ritorna in forma di frammento, di resto, di spettro. È da qui che si aprono le domande più radicali del testo. In che modo il dolore, una volta divenuto immagine, continua a vivere oltre l’istante in cui è stato visto e a lavorare dentro di noi? È ancora possibile, oggi, uno sguardo non anestetizzato? O viviamo ormai nel punto in cui il visibile, moltiplicandosi senza tregua, ha consumato il proprio stesso potere di ferire, fino a incrinare la facoltà stessa del vedere?
È qui che l’opera tocca il proprio abisso. Non racconta soltanto una storia. Si organizza come una macchina epistemologica fallita: tenta continuamente di mostrare, mettere a fuoco, comprendere, e continuamente fallisce. Non riproduce il mondo: espone il punto in cui il mondo, passato attraverso immagini, memorie e rovine, cessa di offrirsi come evidenza pacificata. L’immagine si consuma, perde evidenza, non regge più se stessa; e proprio in questa instabilità del visibile lascia riemergere ciò che non si lascia cancellare. Per questo la domanda ultima del testo non è soltanto che cosa abbiamo visto, ma che cosa abbiamo fatto del dolore che abbiamo visto; in che modo la saturazione delle immagini ha modificato la nostra facoltà di sentire. Che cosa, dopo tutto questo, ci è ancora dato di vedere?